La "Sindrome dell'impostore" in sanità
Anche chi lavora in sanità può sviluppare la sindrome dell’impostore. Nonostante le linee guida standardizzate e l’alto livello di preparazione teorica e pratica, medici, infermieri e altro personale sanitario possono dubitare delle loro capacità con conseguenze negative per sé, il team, i pazienti.
Sapere e saper fare in ambito sanitario
Tutte le professioni sanitarie costruiscono la loro esperienza su due tipologie di competenze:
il sapere teorico, in continuo aggiornamento ed evoluzione;
il sapere pratico, che si definisce e irrobustisce facendo e osservando.
A queste competenze si integrano le linee guida e le direttive che ogni struttura sanitaria e ogni reparto sceglie come modus operandi.
Da una prospettiva astratta, un professionista sanitario è al sicuro dalla sindrome dell’impostore: ha indicazioni operative, ha fondamenti teorici scientifici e procedure standardizzate dalla letteratura, fa esperienza diretta e vicaria (di osservazione e compartecipazione).
Nonostante questo, la sindrome dell’impostore colpisce anche in sanità.
La sindrome dell’impostore in sanità
Lavori in ambito sanitario e ti capita di non sentirti all’altezza di un compito e di pensare che qualcuno se ne accorgerà? Ti viene l’ansia all'idea che possano smascherarti e dimostrare che non sei così capace come sembra?
Quella sensazione è detta sindrome dell’impostore e coinvolge uomini e donne, di ogni settore e di diverso grado di preparazione professionale. Anche in sanità.
Tipi di sindrome dell’impostore
La sindrome dell’impostore ha fattori eziologici diversi che ne caratterizzano la tipologia:
Perfezionismo: non ci si sente abbastanza perchè ci si pone obiettivi irraggiungibili;
Grande esperienza specifica: la qualità dell’approfondimento consapevolizza sulla complessità dell’argomento e fa percepire insufficiente la propria conoscenza;
Genialità: la naturale abilità in un ambito fa sentire la persona isolata e incompresa tanto che inizia a dubitare di sé;
Eccesso di autonomia: ci si abitua ad arrangiarsi e, quando si sente bisogno di aiuto, si dubita di essere davvero capaci nel proprio lavoro;
Autostima ipertrofica: la storia educativa ha portato la persona a credere di dover eccellere in tutto. Quando non riesce appieno in qualcosa, la percezione di fallimento si estende fino a farle mettere in discussione le sue abilità e competenze certe.
Conseguenze della sindrome dell’impostore in sanità
Dalla lista sopra, notiamo che anche in sanità si possono sviluppare tutte e cinque le forme di sindrome dell'impostore.
In particolare ne sono soggette le persone che sono cresciute mettendosi in discussione e che cercano feedback esterni e conferme. Anche il collega o la collega che più ti sembra vantare le sue abilità potrebbe nascondere insicurezze e stare ogni giorno sul filo del rasoio, con il timore di perdere la faccia.
Questo atteggiamento si ripercuote sulle relazioni con colleghi e superiori; crea difficoltà con pazienti e caregiver e, alla lunga, riduce la passione per il proprio lavoro, virando verso il burnout.
L’insicurezza porta anche a rinunciare a cambiamenti e transizioni di carriera, a sottostimare la possibilità di salvare una vita o a un investimento eccessivo ed usurante nel lavoro.
Quando un professionista sanitario soffre della sindrome dell’impostore, anche la sua comunicazione ne risente:
Tendenza ad autocelebrarsi per mascherare le insicurezze;
Reticenza nel dire la propria opinione con chiarezza;
Rifiuto di collaborare;
Difficoltà a chiedere aiuto.
Così facendo, peggiora le relazioni, mettendosi ancora di più a rischio burnout, e potrebbe fare più errori e dubitare ulteriormente di sé. Se si trova in ruoli di leadership, per non farsi scoprire può assumere una dirigenza dominante rigida e impopolare e autoisolarsi.
Comunicazione sanitaria sana e sindrome dell’impostore
La mia proposta è di lavorare sodo sulla comunicazione su più fronti:
Insegnare a dare e ricevere feedback, per aiutare ogni professionista a costruire fiducia nelle sue abilità;
Parlare delle sindrome dell’impostore e farne conoscere le conseguenze;
Invitare alla cooperazione come mezzo per ridurre il rischio che possibili debolezze strutturali abbiano impatti negativi;
Premiare le collaborazioni e le azioni di squadra;
Promuovere l’espressione scritta e anonima delle opinioni del team;
Garantire uno spazio di confronto a chi cambia ruolo o mansione frequentemente;
Guidare alla costruzione di un Autodialogo positivo;
Accompagnare chi dirige la squadra in un percorso di training alla comunicazione auto ed eterodiretta.
L’ideale è organizzare una formazione per te e la tua squadra di lavoro. Parliamone, per definire il corso migliore per voi!